01/10/2010
Due parole per dirvi di Vera Ambra: “Re o Regina?”
Sono felice di avere partecipato, insieme ad un nutrito gruppo di Soci e amici della Associazione ETHOS - presenti quando occorre esternare, non solo a parole, la forza della integrazione e della sinergia - ad una particolare festa della cultura in onore di Vera Ambra, autrice di un appassionato, intrigante e, per molti versi, commovente libro autobiografico dedicato al grande dilemma che ha permeato la sua non facile esistenza: considerarsi RE o REGINA del suo mondo affettivo, familiare e sociale, fatto di ricordi, di problematiche esistenziali, di crescita intellettuale, di sofferti, pur se importanti e unanimi, riconoscimenti?
È’ quasi superfluo sottolineare la piena riuscita della manifestazione che, ancora una volta, ha dimostrato quanto calore umano e quanta amicizia si raccolgono, in ogni occasione, attorno all’instancabile autrice di una così vasta collana di pubblicazioni e di iniziative culturali, frutto della sua fertile, attenta e toccante capacità poetica e narrativa, oltre che della non comune attitudine all’intrattenimento e della intensa carica interiore.
Conosco Vera dal lontano 1992 quando ci incontrammo, casualmente, nel corso di una visita al Museo Archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa. Da allora, specie nell’ultimo periodo, che va dal 2005 ad oggi, abbiamo fatto, in perfetta sintonia, tanta strada assieme, perseguendo, anche attraverso la consolidata vitalità delle Associazioni “AKKUARIA” ed “ETHOS”, l’ideale obiettivo della diffusione della cultura e della informazione, alla luce del concreto e unico significato di tali termini.
Non certo per convenienza, per uso di facciata o per strumentalizzazione - magari speculativa -, come spesso avviene in tanti ambienti di comune conoscenza.
Posso testimoniare, perciò, l’impareggiabile capacità organizzativa di Vera, sviluppatasi e affinatasi nell’ambito della poliedrica attività svolta dalla Associazione AKKUARIA di cui è Presidente. I risultati sono oltremodo evidenti ed è da sottolineare che essi sono strettamente collegati, oltre che alla sua intrinseca e naturale versatilità di scrittrice e poetessa, alla indiscutibile qualità di donna amante della cultura e di infaticabile tessitrice delle intricate trame che fanno capo e riferimento a quest’ultima.
Lei è riuscita in passato e riesce tuttora, mercé una inarrestabile quanto diuturna opera - che per molti versi è divenuta, frattanto, quasi una titanica fatica - a coinvolgere personaggi d’ogni taglia e valore, dalle giovani generazioni di artisti, poeti e scrittori, alle mature personalità di tanti autentici e affermati esponenti del variegato mondo culturale.
La sua opera ha raggiunto, con incontestabile successo, ogni zona e località sia della nostra Sicilia che di parecchie Regioni d’Italia. Mostre, rassegne culturali, iniziative editoriali, hanno visto l’infaticabile Vera calcare palcoscenici, animare convegni, stimolare interventi, rilanciare la storia e le opere di illustri personaggi magari immeritatamente dimenticati o rimasti nell’ombra. Sarebbe ben poca cosa tributare il solito e formale plauso d’occasione. Vera merita ben altro e chi, per i più svariati motivi, ha la possibilità di starle vicino, come è accaduto e accade a me, non può non riconoscere e apprezzare appieno, col cuore e non con formali parole di circostanza, lo straordinario percorso di Vera Ambra, sicuramente destinata a lasciare, nel tempo, un’orma indelebile.
Sento il dovere di aggiungere, tuttavia, che gli sforzi di portare avanti sostanziali e apprezzabilissimi messaggi culturali non dovrebbero essere disgiunti da un impegno altrettanto importante che è quello di inserire nei programmi di ogni Organismo o Associazione, una incisiva, essenziale e vorrei dire vitale zona di attività dedicata ai problemi della società, delle comunità, della scuola, della ecologia, dell’ambiente, della economia. Senza trascurare di porre l’attenzione, magari in chiave critica, nei riguardi della politica in generale, pur evitando partigianerie o riferimenti a specifici schieramenti, con il fine di informare, chiarire e dibattere quei lati oscuri o nebulosi che sia i partiti (per ovvi motivi elettorali) che i mass-media (per motivi di opportunismo, di partigianeria o di guadagno) tendono spesso a travisare, confondendo le coscienze delle masse.
Noi come Associazione ETHOS, nel nostro piccolo, l’abbiamo sempre fatto, lo facciamo e continueremo a farlo, sperando di ottenere sempre più incisivi risultati. Ecco perché invitiamo coloro i quali credono nelle sane finalità della cultura - intesa come formazione dell’individuo e non come vacue enunciazioni dottrinarie, filosofiche o pseudo scientifiche che, spesso e volentieri, lasciano, come suole dirsi, il tempo che trovano -, ad aiutarci in questa improba opera, fornendoci l’ausilio di una fattiva partecipazione, della costruttiva collaborazione, degli utili consigli.
Solo operando in tal maniera è possibile sperare che si possa evitare che la Società scivoli verso il burrone dell’abbrutimento, della decadenza, della corruzione, del disinteresse verso la cosa pubblica, della superficialità verso gli inderogabili canoni fondamentali di una vera libertà. Solo in tal modo, altresì, potrà essere possibile combattere ogni forma di abuso o di prevaricazione da parte di chi, per sete di potere o per altre poco edificanti motivazioni, opera in senso contrario e mina i valori essenziali e irrinunciabili della sana convivenza civile.
Acireale, 20 marzo 2010
Augusto Lucchese
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16/09/2010
Da anatroccolo a cigno: l’autobiografia di Vera Ambra
Appare difficile avviarsi alla lettura di narrazioni autobiografiche: almeno, per chi si chiede i motivi della lettura. Possono essere molti, tra i quali la pura e semplice curiosità. Se poi si tratta di persone note, lo spettro si arricchisce di multiformi aspetti. Rammentiamone alcune, ben conosciute: L’abbuffone, note gastrobiografiche di Ugo Tognazzi, e Il palazzo delle solitudini, storia della principessa triste Soraya. Ove si vagoli in atmosfere magiche, lèggasi l’autobiografia di Lorenzo Da Ponte, il librettista e scrittore di molti celeberrimi artisti della musica, fra cui Salieri e Mozart: lì tutto un secolo, il decimottavo, è dipinto con tinte affascinanti.
Apparentemente nessuna eco di codeste cògnite narrazioni, manifestasi in “Re o Regina”, racconto autobiografico di Vera Ambra.
Chi ella sia, lo può da circa un decennio decantare l’invenzione più rivoluzionaria del secolo ventesimo, come si è – in certo senso correttamente, anche se da parte nostra si ha qualche riserva - da più parti affermato, ovvero Internet: basti digitare il suo nome, e appare un caleidoscopio multiforme di scritti, di iniziative, di attività da lei create o patrocinate; una rete incredibile di amici, di sensazioni abbandonate alla parola incisa nell’acqua flebile e tuttavolta indelebile della pagina ‘virtuale’, la circonda, l’incarna, ne fa una persona dalle rare doti, dalle ancor più peculiari qualità.
Eppure, ci sia consentito per la consuetudine da alcuni lustri con l’autrice, ella è nondimeno una donna tra tante, che ad un certo tratto di vita s’arresta, e come le ombre del mito platonico scorrono innanzi ad incessante sole, senza che l’attore s’accorga qual astro le distingua, decide di racchiudere in volume, più che 250 pagine, la propria esistenza, giunta (quasi) al sessantennio.
Una fragile fibra dell’Universo, incastrata fra pietre ferme, sfugge ad ogni definizione, cade nel campo e da essa moltìplicasi l’albero che i sapienti dei secoli passati appellavano della conoscenza, nel bene e nel male. Anche così può donarsi una chiave di lettura.
Recentemente ci è stato chiesto di descrivere Vera Ambra in pochi tratteggi, come il pennello di un dipintore può cennàre, con lievi tòcchi sulla tavolozza, un abbozzo di ritratto.
D’impeto rispondemmo che la nostra amica è una autodidatta della vita, che si fece e rifece da sé con lunga macerazione e soverchio dolore, fra le stille di pianto per gli entusiasmi immèmori della luce e delle tenebre: nello scorrere di tali pensieri, quasi gioco di specchi, comparivano alla memoria nostra le ombre di tutti coloro, celeberrimi ed oscuri, che hanno avuto il medesimo destino.
Pertanto leggere “Re o Regina”, edito da Akkuaria (la casa editrice che Vera Ambra ha fondato e dirige), il quale potrebbe apparire un semplice atto di narcisismo, legittimo del resto in tempi ne’ quali (ma le epoche, lo si affermi per coloro che dimenticano le orme dei secoli passati, son sempre eguali…) debordante appare l’invasione sovente insulsa delle proprie amenità, è una finestra sul mondo contemporaneo, veduto con gli occhi di una donna siciliana – la sottolineatura non è a caso - che ha con travolgente sentimento vissuto la metà del trascorso secolo, ed ancor riesce a cogliere quei fiori che mancano al canestro dei giorni, con assoluta serenità, con indomabile impegno.
Vera Ambra, dopo la lettura che con grazia e levità ci ha spinto ad intraprendere del suo libro, ove con stile sereno e scorrevole, ben adatto al nostro tempo (e massimamente cresciuto, come ogni avventura che la contraddistingue, nel lavorìo costante di una ricerca di se medesimi oltre ogni confine), racconta quasi romanzescamente la sua storia, dalla nascita in Acireale all’arrivo in Catania, dai primi amori al felice e poi tormentato matrimonio conchiuso con il divorzio, dai tre figli alle gioje salvifiche della poesia, allo scoprimento di un pianeta per lei inesplorato, la Letteratura contemporanea, entro il quale non solo si è autocostruita, con forze proprie, dapprima un orticello presto divenuto campo d’asfodeli, ma anche divenendo, come in altro luogo scrivemmo e qui affatto ribadiamo, la signora della letteratura catanese, senza se e senza ma, oltre i compromessi – di cui la Sicilia, e Catania fucina d’ingegni ma anche becera matrigna di luride ipocrisìe - ed i convenzionalismi che le sono estranei, può adesso annoverare altra, e ben consistente, arma narrativa nel proprio arsenale. E scriviamo arma pensando al “Litteris armatur, armis decoratur”, impresa solenne che campeggia sull’arco di trionfo, detto anche porta Ferdinanda o ‘del fortino’, nella piazza Palestro di Catania, edifizio settecentesco nel cui secolo ben si còlse, più che in altri tempi, l’anima del nostro popolo, aduso a pugnare còlle armi delle belle Arti che attraverso le infàmi procelle dei ferri.
Catania, città d’adozione e dimora della vita, anche se Vera ha spaziato in multiformi locazioni, ne esce con un ritratto affettuoso, quasi binoculare, diapositivo, plastico. “Catania era una città affascinante, piena di frastuono, di negozi luccicanti e di bella gente che passeggiava nelle vie principali. La sua aria frizzante in poco tempo mi trasformò da brutto anatroccolo in un candido cigno, pronto a spiccare il volo” (pag.45).
Da notare che è la città degli anni Sessanta, quella che poi sarà descritta come della speculazione, delle malversazioni, degli “intrallazzi”: epperò qui si evince che quell’epoca, come anche altre, poteva quasi conchiglia che s’apre al mare profumato, racchiudere la fiaba autentica di una ragazza che si riconosce donna, oltre il tramestìo della quotidianità.
Echi di canzoni, personali considerazioni, alcune situazioni che han lasciato il segno negli ultimi decenni (dal mai abbastanza ricordato padre Antonio Corsaro, intellettuale raffinatissimo che, in vecchiaja, scrisse la prefazione al primo libro di versi di Vera, avviandola così all’Arte scelta, alle serate di spettacolo fortemente popolari alle Ciminiere, volute con forza dalla allora Amministrazione Provinciale, operante il rilancio di quella altrimenti squallida struttura, ove incontràvasi campionario di varia umanità), son tratteggiate dall’autrice, che è artista forse più che operatrice culturale, con profonda convinzione.
E però, il centro dell’argomento rimane lei, còlle sue fragilità puramente femminili – quindi massimamente affascinanti -, con il soliloquio a volte inevitabilmente cogènte verso l’abisso dell’avvitamento sottile nel bosco parnasio della coscienza: introspezione continua la quale, se può affascinare il seguace di Fromm, sgomenta altri.
“Molte pagine di questo libro le ho recuperate da vecchi quaderni e diari di quand’ero ragazzina… Le pagine scritte sono state un conforto e adesso mi restituiscono la ricchezza dei tempi andati. Ho continuato a scrivere perché tutte le volte che rileggevo i miei quaderni, mi davano l’esatta dimensione di ciò che ero, che sono, e di continuare ad essere come sono. Scrivere mi ha permesso di ritrovare quella bambina che tutte le sere, inginocchiata ai piedi del letto, parlava con l’angioletto del capezzale. Nel corso della mia esistenza ho perso molte cose, ma l’angioletto è ancora oggi accanto a me ed è l’oggetto più prezioso che possiedo, l’unico che mi segue fin dalla nascita” (pag.235).
Occorre notevole coraggio per manifestare, apertis verbis, tali pieghe secrete: dote che Vera Ambra possiede visibilmente. In fine del libro, da “re o regina” ella si autonomina “guerriero silenzioso che ancor oggi combatte sul fronte della vita”: può essere una chiusa che profuma di battaglie appena avvenute. Non ci pare tuttavolta l’autentico congedo, che con silente occultamento l’autrice nasconde oltre il giardino del retro degli antichi palazzi, per usar di metafora.
La chiave può, forse, comprendersi, come quelle fiabe da Mille e una notte che l’orientale nostra sapienza ci ha tramandato (Sicilia intrisa di mille ràzze, commistione ribelle già nobilitata dal gran Federico…) nel finale di una novella di Ada Negri, “Mikika sui tetti”, facente parte del volume “Finestre alte” (1923), della grande scrittrice che onorò le donne d’Italia: “Chi fissa la luna non può più chiuder le palpebre; e la signora di Mikika, mamma di Rosaspina, ha perduto il sonno così. Non sa togliersi dalla terrazzetta imbevuta di bianco. Vede, sul bianco, ai suoi piedi, una figura nera, lunga, snellissima; che par le voglia rivolgere la parola. Strano: non ha capito subito che è la sua ombra. Possibile, ella pensa, che la mia ombra sia così giovine?… La giovinezza è partita da me. Ma sorride. Il segreto della giovane ombra è lo stesso delle parole che i rosai scrivono sul muricciolo quando la luna vi splende; e della grazia di Rosaspina; e della follìa di Mikika. Non è, quell’ombra, del suo corpo; ma del suo spirito”.
Interpretazione che forse potrà sembrare trasfusa in arcani silenzi, ma che ben s’addice a chi, come Vera Ambra, esclama sovente oltre le stelle il pensiero di Baudelaire: “Gran delizia è annegare lo sguardo nell’immensità del cielo e del mare!”.
Ed in questo orizzonte, come serpente che mòrdesi la coda, l’alfa e l’omega s’annichilano, poiché il tracciato rettilineo è solo apparenza; mentre è forma la sostanza ellittica del cerchio costantemente imperfetto? Interrogativi che rimangono senza risposta e, tuttavolta, aiutano a vivere. Probabilmente, a serenamente scorgere le aurore mattinali della dolce primavera, dischiusa da innocenti fiori.
Francesco Giordano
Richiedi libro a libri@akkuaria.org
07:23
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06/09/2010
Villa Smeraldo di Angelo Mattone
Alessandro Scardaci ha iniziato un processo di maturazione, di evoluzione della sua scelta narrativa. E i risultati si vedono.
Alessandro Scardaci, docente di fisica e matematica, è al suo secondo romanzo. “La regina dell’arcobaleno” per le edizioni Akkuaria è la sua prima opera, mentre “Villa Smeraldo” è il suo secondo appuntamento sempre per lo stesso editore. Il confronto tra le due opere (genn. 2008 genn. 2010) di per sé è illuminante per comprendere che la spontaneità, per alcuni versi l’ingenuità linguistica e semantica della prima opera raggiunge nella seconda livelli più alti di ritmo e di comunicazione.
È il caso di introdurre un concetto essenziale nella critica letteraria, ovvero non è fondamentale il soggetto, di un romanzo, quanto, piuttosto il ritmo, la capacità di avvincere il lettore, di ancorarlo alla pagina fino al momento in cui si sfiora la parola “fine”.
Orbene, se questo fosse il presupposto, ma questo è, la lingua, la scrittura, l’intreccio, sono ingredienti letterari che, mescolati insieme, determinano l’unica e vera schiavitù di un romanziere che è esclusivamente quella di piacere al proprio pubblico di lettori. Eugenio Montale, diversi anni fa, introducendo una tra le sue raccolte di poesie ebbe ad osservare che se, l’esigenza del poeta fosse quella di farsi capire non ci sarebbe poesia.
La narrativa non risponde a questa catalogazione, che come tutte le iperboli, tale rimane, divenendo tout-court aforisma, senza poter assurgere a regola della semantica e dell’ermeneutica.
Per porgere il concetto in estrema semplicità: una scrittura colta, ovvero raffinata e riproduttiva dei modelli classici, sia nel periodo che nella scelta terminologica, può essere applicata al genere narrativo come alla poesia.
La differenza tra i due generi è data unicamente dal significante che, in poesia può rimanere disgiunto dal significato, lasciando al lettore l’interpretazione, mentre nel romanzo il significante è obbligato a ricongiungersi al significato, lasciando alla capacità del romanziere la polivalenza del segno, tale da indurre nel lettore suggestioni che, travalicando la scrittura, creano ritmi musicali, immagini, sinestesie(odori/sapori). Ma questo discorso è già durato troppo in quanto specialistico e, purtroppo, poco considerato da autori che intraprendono la strada della scrittura, la quale può essere percorsa soltanto ad alcune ineliminabili condizioni. Beppe Servegnini, scrittore e giornalista di talento, scrivendo su “Il Corriere della Sera”, alla vigilia di un esame di maturità, ad una platea di giovani maturandi ebbe a dire, tra l’altro: “… il vostro compito è sedurre il lettore, chiunque sia. Comanda lui (o lei): vi può abbandonare in qualsiasi momento. Interessatelo, convincetelo, appassionatelo, sorprendetelo, divertitelo…
Scrivere non vuol dire sussurrare, alludere o mugugnare: vuol dire comunicare”.
Se, a quest’efficace raccomandazione di Severgnini, aggiungiamo, che nel caso dello scrittore la comunicazione non può essere chiara e semplice come quella che si richiede ad un giornalista, bensì complessa ed artisticamente significativa, avremmo l’episteme a cui dovrebbe attenere il romanziere.
Alessandro Scardaci, con “Villa Smeraldo”, ha iniziato un processo di maturazione. Di evoluzione della sua scelta narrativa che, con ogni evidenza, non sappiamo dove lo condurrà.
La sua scrittura immaginifica, per alcuni versi alchemica di “Villa Smeraldo” ci induce a credere che un prossimo possibile sbocco della vocazione di Scardaci possa essere la narrativa fiabistica. A causa dell’immobilità del protagonista Alberto, il quale, invece, a conclusione della storia alzando il braccio crea il movimento della scena; gesto emblematico del divenire narrativo. La trama di “villa Smeraldo”: Alberto conosce Dhara dalla quale ha un figlio, Ishan, il quale guida il padre alla ricerca di se stesso. Tra Catania, Roma e Parigi i luoghi fisici del romanzo muovono personaggi come Giacomo, Lucia, Cecilia, un travestito, Silvia, moglie di Alberto,un prete e così via. Il romanzo si svolge in un arco di tempo non definito, comunque fino al momento della costruzione e della inaugurazione di Villa Smeraldo, totem/simulacro di vita, passaggio del testimone tra tre generazioni Lucia, Alberto, Ishan.
La struttura della fiaba su cui Scardaci innesca elementi di crudo realismo è una formula valida, che, tuttavia necessita di bilanciamento e sedimentazione. Se dovessimo, in conclusione, scegliere un brano del romanzo come elemento fondante di comunicazione con il lettore sceglieremmo le pagine che descrivono la morte di Lucia, se, al contrario, dovessimo scartare una parte indicheremmo in alcuni eccessi surreali gli spigoli da limare. In conclusione un romanzo che vuole ritracciare nel caos della società post-moderna un filo rosso che riconduca l’uomo alla natura, alla tolleranza, al sogno di un mondo dove prevalga l’equilibrio rispetto al disordine.
Da I Vespri n.22 anno v- 05 Giugno 2010
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04/09/2010
Sussulti dal buio di un “Maledetto cuore” di Gerardo Santella
Nella recensire "Maledetto cuore" di Klem D'avino e Antonella Iannò (ed.Akkuaria), togliamo prima ai lettori una curiosità. Il romanzo è firmato da due autori. Ma vi chiederete come si fa a scrivere un testo in due?
La risposta ce la dà nell'introduzione Iannò, quando dice che il suo contributo consiste nel tramutare in parole la fantasia inventiva di D'Avino, dandole forma di storia. Detto questo e aggiunto che l'autore, appassionato cultore di letteratura, è nato a Palma Campania nel 1967 ed ha pubblicato con lo stesso editore una raccolta poetica, veniamo a qualche nota di analisi sul libro.
Confesso che per i primi capitoli ho proceduto con qualche perplessità: la storia del giovane fattorino Carlo, fidanzato con la bella Simona, da cui è attratto il ricco gioielliere Matteo, e che pura casualità si trova ad uccidere un provocatore e ad essere ingiustamente accusato di omicidio volontario, sapeva di dejà vu.
Quasi una riproposizione in un contesto attualizzato di un romanzo popolare ottocentesco; impressione suffragata anche da una scrittura uniforme ed un andamento un po’ lento, come se gli autori avessero voluto disporre tutti i pezzi sulla scacchiera prima di cominciare a sciogliere il "patto" narrativo con i lettori, ma dopo alcune decine di pagine la storia prende quota e ritmo: il contenitore spaziale della vicenda, un’apparente tranquilla cittadina dell'hinterland milanese, si rivela nei suoi spessi coni d'ombra e nelle sue pieghe più oscure e corrotte; si delineano meglio i caratteri dei personaggi che agiscono sulla scena, moltiplicano in un gioco di specchi le loro maschere metamorfiche, si scambiano ambiguamente i ruoli, si incontrano e scontrano in un intreccio di interessi finalizzati alla conquista del successo e del danaro. E intanto l'opinione pubblica viene manipolata da media, politici, uomini di legge, cioè dalle istituzioni che dovrebbero garantire la civile connivenza e la giustizia sociale.
Gli autori affondano il bisturi in questi corpi malati della società mostrando perversioni, istinti, violenze, vanità che accomunano indistintamente spietati killer, trafficanti di droga in colletto bianco, politici e finanzieri corrotti, giudici collusi con il potere.
C'è spazio in questo modo per i sentimenti, per il cuore? La conclusione, non scontata della storia, che nulla concede ad una attesa gratificante del lettore, sembrerebbe dire no. Eppure in tanto fango sono proprio i sussulti di un cuore di un "maledetto cuore" che portano ad un gesto di pietas, accendono una striatura di luce nel buio dello spazio. Da leggere.
vai al sito
http://www.akkuaria.org/klemdavino
pubblicato su
IL PAPPAGALLO
Quindicinale di informazione politica e cultura dell’area vesuviana
Anno XIV numero 217 luglio 2010
08:22
Scritto da: akkuarialibri
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Per quel che mi riguarda
C'è un luogo nel mio cuore dove sono conservati i volti delle persone che mi sono care.
Qui abitano gli affetti che hanno colorato di entusiasmo e poesia la mia vita... e a maggior ragione gli amici più cari.
L'amicizia per me è una ricchezza che prevale su ogni cosa.
Con il passare degli anni mi sono resa conto di quanto sono “ricca di amici”: niente e nessuno può scalfire questo inestimabile patrimonio.
A differenza dell'amore – che puoi perdere improvvisamente – l'affetto sincero di un amico te lo trovi sempre accanto.
Le amicizie sono state le colonne portanti della mia esistenza... senza di esse non sarei sopravvissuta alle tempeste della quotidianità.
Per questa ragione ho raccontato di me attraverso un libro.
Ci sarebbe voluta un'enciclopedia per ricordare tutte le persone che sono passate nella mia esistenza... non me ne vogliano coloro che non sono stati citati... non è un'esclusione accidentale o involontaria! È stata solo frutto di una scelta narrativa.
Raccontare di me attraverso "Re o Regina" è stato un grande sforzo,
un'avventura, per nulla facile... ma ne è valsa la pena perché mi ha dato l'opportunità di vivere insieme ai miei affetti cari un giorno SPECIALE... presso i locali delle Terme di Acireale
Nel cuore dell’Acese odore di libertà
svaga la ringhiera nel modesto decoro
della vecchia casa che dai primi passi
non vide mai la voglia di crescere
Per quel che mi riguarda... sono una donna come tante, una donna consapevole di aver intrapreso il difficile e meraviglioso cammino della vita.
Ho 59 anni e, credetemi, sono troppi!
Sì, sono proprio tanti e oggi me li sento tutti addosso.
Da giovane spesso ho cercato di immaginare come sarei diventata da vecchia.
Beh, adesso lo so e non mi importa più.
Dopo un lungo andare mi rendo conto che di strada ne ho percorsa tanta ma quel che è importante è che ho ancora voglia di camminare..
Oggi sono contenta di me e non mi dispiace di essere come sono, con tutti i miei difetti. L'unico rammarico è che da più di un anno la mia vista ha subito un forte arresto e questo mi ha spinto, prima che fosse troppo tardi, a completare ciò che avevo iniziato a scrivere nel 2002. Parlare di me non è stato facile, per questa ragione... ho rimandato sempre. Soltanto la paura di poter perdere la vista mi ha dato il via.
È stato un gran bel viaggiare attraverso le tappe del mio crescere anche se spesso ho riaperto ferite che non si sono mai rimarginate, ma questa è la vita.
Scrivere è stato il solo aiuto per superare le difficoltà, i disagi, le paure e i momenti brutti... che poi ho riversato, con tracce indelebili, sulla carta (pardon computer!).
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07:20
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03/09/2010
I Toni del grigio Incontro alla Feltrinelli di Mestre
Siamo qui per presentare il lavoro di Bruna Mainardi.
È una scrittrice esordiente, autrice di un libro che narra – sul filo della memoria – vicende che si svolgono in un arco di tempo che va dalla prima guerra mondiale agli anni ’70. Storie che si intrecciano nella parte finale e che giustificano l’intero scritto.
Sul filo della memoria perché il romanzo nasce da racconti fatti da zii, lontani cugini, persone di famiglia. Racconti fatti a una bimba che ascoltava, interessata e curiosa, quello che i grandi avevano da raccontarle.
L’abilità di uno scrittore spesso si basa sulla sua memoria, molto più spesso sulla sua sensibilità, sicuramente sulla curiosità. Molte storie sentite da bambini hanno sollecitato la parte del cuore che è sede dei sentimenti. È un modo di partecipare a quanto ci viene narrato: ascoltare le parole, farle scendere dentro finché trovano un loro spazio e attecchiscono dando la possibilità di sperimentare – senza saperlo a quell’età – una gamma di sensazioni che fanno poi da base per la formazione della giovane persona. Così ogni fatto che ascoltiamo viene filtrato e interpretato con sentimenti diversi per ciascuno, ma sicuramente sviluppando una dose di empatia col narrato.
Nel caso di Bruna l’empatia è stata molta. Il suo desiderio di narrare i fatti l’ha fatta porre nel ruolo di spettatore narrante.
Senza fare paragoni con correnti letterarie del passato, ma soltanto per indicare una modalità di esposizione, possiamo accostare la storia del libro ad alcune narrazioni del Verismo, per l’uso di forme gergali, per il gusto della verità raccontata senza orpelli e preferendo un registro semplice e scorrevole, per la capacità, quasi sempre rispettata di non esprimere un’opinione personale, ma semplicemente raccontare. Raccontare le situazioni con gli occhi di chi le ha vissute, raccontare gli stati d’animo dei personaggi attraverso le loro azioni, mai speculando in considerazioni facili e in opinioni personali.
L’io narrante si tiene fuori dalle vicende; lascia le deduzioni al lettore, alla sua capacità di partecipare.
Seguiamo così le vicende narrate con occhio curioso, divertito, chiedendoci come proseguirà la vicenda narrata, a volte anticipandone la conclusione, a volte scoprendo un’evoluzione diversa da quella immaginata. Proviamo partecipazione agli eventi, compassione, simpatia, antipatia, ma anche orrore, repulsione e in alcuni passaggi una grande pietà per avvenimenti che non vorremmo vivere; pietà per chi non ha potuto non viverli. E anche in noi è sollecitata l’empatia.
Nel mio ruolo di revisore e recensore dei testi da pubblicare, ho letto diversi lavori: scritti che puntano sul desiderio di fare sensazione con uno stile aggressivo e storie trasgressive; scritti disordinati e scopiazzati da trame cinematografiche; letteratura sperimentale, di avanguardia, di retroguardia, di rottura, non solo della trama ma anche di altro… ho letto racconti scritti bene ma inconcludenti, racconti non giustificati da un contenuto, racconti che sembrano temi scolastici, racconti ove ogni sentire interiore è assente.
Ho letto opere buone e meno buone. Messe le mani sul testo di Bruna ho dovuto fare i conti da subito con l’uso del dialetto lombardo: confesso che mi ha infastidito un po’. Continuando la lettura sono entrato nel modo di raccontare e la storia narrata mi ha convinto: si poteva pubblicarla, meritava di essere pubblicata.
Akkuaria fa da qualche tempo scelte selettive… bene! Questo poteva essere un lavoro pubblicabile da Akkuaria. Sono stati utili, ma non necessari, pochi suggerimenti – peraltro accolti – e si è potuto in brevissimo tempo redigere la bozza da riguardare per gli errori di battitura prima della pubblicazione, poi si è mandato in stampa il dattiloscritto. Mai un ripensamento, tranne che per il titolo che ha comportato qualche pensata…
Ora il lavoro è qui e merita di essere letto. La cura per i dettagli – descritti con capacità – me lo rende particolarmente caro, avendo io la stessa attenzione per i dettagli. Non sono troppi. Buttano luce sui personaggi e sulle situazioni. Un luogo è descritto con attenzione, una cura capace di farcelo vedere. I personaggi non hanno una descrizione fisica che è di poca importanza: chi di noi non ha mai visto una bella donna, o un uomo introverso, o uno spaccone? La descrizione fatta da Bruna di pensieri, azioni, atteggiamenti è più che adatta a riconoscere il tipo umano. Non ci serve sapere se è moro o alto o grasso: lo sappiamo riconoscere.
Nella loro autenticità che ne comprendiamo il tratto umano: nessuna descrizione potrebbe essere più efficace.
La struttura del libro è in capitoli. Spesso leggendolo ho avuto la sensazione che ogni capitolo fosse un racconto che poteva stare da solo, staccato dalla trama. È sicuramente un esperimento letterario interessante. Come ho scoperto dopo, Bruna ha buone capacità anche nei racconti brevi.
Uno scrittore – nell’arco della sua vicenda letteraria – corre un solo vero pericolo: innamorarsi di sé. Finché questo non accade sarà un lavoratore che da il meglio, poi sarebbe preferibile che con umiltà smettesse.
Con Bruna siamo lontani da questa trappola; possiamo così avere la ragionevole certezza che ci farà leggere altre cose. Il primo passo lo ha fatto; l’arte del narrare sembra esserle congeniale.
Avete mai sentito barzellette belle raccontate male? Si ride per educazione.
Il libro di Bruna non si legge per educazione.
Erberto Accinni
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08:20
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31/08/2010
Alberto d'Anna Donne e poi... (romanzo)
Questa è la storia di un personaggio che ha trovato il suo autore.
Il personaggio è Erminio, che un giorno ha deciso di raccontare la propria storia, per tentare una sintesi della sua vita, che comprenda, col passato e il presente, anche l’intuizione del futuro, la percezione della propria dimensione”destinale”.
Perché è attraverso gli avvenimenti “sincronistici” che possiamo scoprire quale sia il filo conduttore della nostra storia, che è poi il nostro “programma”.
Alberto d’Anna, libero pensatore, nasce ad Orte (VT) il 28 gennaio 1950.
Dopo essersi occupato di processi organizzativi, nell’ambito dell’attività lavorativa svolta in un Gruppo Bancario, ha iniziato un percorso formativo di apprendimento di discipline biopsicospirituali atte a favorire il cammino di crescita personale.
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08:18
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30/08/2010
Albel Riobioffi Un pomeriggio di sole d'inverno (Romanzo)
Scritto tra il 2006 e il 2007, un pomeriggio racconta gli ultimi giorni di vita di un intellettuale e l’indagine del poliziotto che cerca di far luce sulla sua morte. La prima parte del libro accoglie le esperienze di vita di Adolfo Aranci, studioso molto attratto dalla sfera fisica dell’esistenza e dall’universo femminile.
Diverse sono infatti le donne che compaiono nel suo diario, in cui vengono tratteggiati momenti di vita quotidiana. Una di queste donne, Lolita Arcani, rappresenta il collegamento tra la prima e la seconda parte del libro, dove protagonista principale diventa Guglielmo, il commissario di polizia che segue le indagini sulla morte di Adolfo.
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08:17
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29/08/2010
Elena Gioia La distanza che c'è tra noi (Romanzo)
È una storia d’amore dei giorni nostri, ragazze adolescenti, prime volte, nuove emozioni. La protagonista, Alessia, ci porta a scoprire un nuovo mondo, un mondo che in questa società si nasconde, vive all’ombra, per paura di apparire diverso, escluso.
L’amore non ha limiti, non ha confini, non ha importanza l’anatomia, bisogna solo seguire quello che sente il cuore.
Elena Gioia nasce a Catania nel 1991. Frequenta il liceo artistico e viene a contatto con un ambiente alternativo e creativo, qui comincia a maturare la sua passione per la scrittura.
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08:15
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28/08/2010
Angea Agnello La bimba invisibile (Poesie)
Vicenda amorosa e intrinsecamente di vita e di morte, come accade sempre per i sentimenti che declinano l’amore. Questo libro parla di un’anima in estenuante ricerca della felicità, ma l’autrice si nasconde tra le parole misurate e lascia intravedere una figura sfuggente e enigmatica.
Angela Agnello, siciliana, editor.
Ha trasformato la sua più grande passione, la lettura, in un lavoro ed un buon alibi per poter continuare a farlo a tempo pieno. Ama definire sé stessa “un'artigiana della scrittura”.
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08:12
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